GRAZIE, ANTONIO!

GRAZIE, ANTONIO!

La partenza del Diacono Antonio Picariello ha lasciato un vuoto in tante persone che ora imparano l’arte difficile di custodire la memoria, di affacciarsi sul mistero della vita e della morte, di ricordare, di essere insieme nel dolore e nella speranza. La sua morte prematura e trascinata per giorni e giorni sul confine tra cielo e terra, tra “Resta con noi!” e “Parti se è ora!” ha messo a dura prova la fede che si è scontrata con una preghiera corale e insistente che non ha trovato esaudimento. In un momento drammatico della nostra vita nazionale, un Papa ora Santo, Paolo VI, alla celebrazione dei funerali di Stato per Aldo Moro, levò un grido, ancora tutto da comprendere, che iniziava con un rimprovero a Dio: “Tu non ci hai ascoltato!” che mi è tornato in mente quando mi hanno annunciato la morte di Antonio. Per giorni e giorni, dopo l’aneurisma, il suo corpo è stato scenario di una lotta, di una guerra, tra gli orizzonti dolci e familiari di Montefredane, della sua casa, degli oggetti che lo resero vivo, dei volti dei suoi familiari, dei parenti, degli amici, degli alunni… e del Volto “mite e festoso” di Gesù Salvatore che lo chiamava con l’imperativo del Vangelo di Giovanni “Lazzaro, vieni fuori!”. Nel brano del vangelo Gesù richiama alla vita l’amico che era nel buio della morte, qui paradossalmente si era al contrario: una chiamata-vocazione ad uscire dalle strettoie di questa nostra vita per librarsi libero e felice nell’abbraccio del Padre. “E in più spirabil aere pietosa il trasportò” Manzoni lo dice della fede, noi riferiamo il verso alla morte. Può essere una vocazione la morte? Un’ultima chiamata? Heidegger, grande filosofo del novecento dice che “L’uomo è essere per la morte”. Non scrivo queste cose a cuor leggero, l’assenza di Antonio pesa anche sul mio cuore e ne vedo impoverita la sua famiglia, la nostra Chiesa, i tanti amici. Eppure sento il dovere di ringraziare Dio per la sua umanità, la bontà del suo cuore, la magnanimità del suo sguardo, la bellezza disarmante del suo sorriso che non si è spento, ma allargato oltre ogni confine. Il sorriso di Antonio può diventare l’orizzonte delle nostre giornate, lo stile per affrontare le difficoltà che ci attendono, il modo per sciogliere i grumi di pianto e di nostalgia che, a tratti, ci prendono il cuore e lo stringono in una morsa di dolore. Per questo è terapeutico ricordare anche se, sulle prime, fa male.

Antonio ha saputo coltivare gli affetti, quelli saldi e santi della famiglia, ma anche quelli amicali in ambiti diversi, ha voluto bene alla moglie e alle figlie, ai parenti, ma anche ai confratelli Diaconi, ai Vescovi della nostra Chiesa, ai preti, ai colleghi, agli alunni con cui sapeva essere esigente, ai poveri della Caritas e ai tanti suoi collaboratori. Grazie, Antonio!

Nella grazia matrimoniale ha scoperto una chiamata altra e complementare che lo ha condotto all’Ordinazione Diaconale per allargare il suo cuore ai bisogni della Chiesa. Lo ricordo raccolto nelle liturgie solenni in Cattedrale, con le mani giunte che metteva sul volto quasi a schermirsi della troppa luce del Mistero o della dalmatica che indossava. A Montefredane –lo ha ricordato il parroco- seguiva i bambini della Prima Comunione come un catechista qualsiasi e ad Arcella ha sorretto tante volte Don Enrico sostituendolo nei periodi di malattia che lo tenevano lontano dalla Parrocchia anche nei servizi più umili. Con simpatia mi riferivo a lui chiamandolo “viceparroco di Arcella”. Nel collegio dei Diaconi, nei servizi della Caritas, in ogni compito che gli veniva affidato, Antonio è stato sempre “un passo indietro”, umile, senza far pesare agli altri il servizio che rendeva. Grazie, Antonio!

A guardarlo sull’altare in Cattedrale o nella sacrestia di Arcella, tanti hanno ignorato che Antonio fosse professore universitario, che sedesse in cattedra alla “Federico II”, che fosse il responsabile del suo dipartimento, che partecipasse a progetti di ingegneria informatica che lo portavano in giro per il mondo, che seguisse tesi di laurea, che fosse –come ha ricordato un suo collega- esigente con gli alunni che però lo amavano. In cattedra o sull’altare, a casa o nell’ariosa piazza di Arcella, alla mensa dei poveri o nella sede caritas, nella comunità di CL o al Banco Alimentare, nel dipartimento della sua università o a contatto con i bambini del catechismo, Antonio ha dato sempre il meglio di sé con dedizione ed entusiasmo. A conclusione della Messa esequiale, con uno scritto, si è reso presente anche il Ministro dell’Università a ricordare il suo impegno e la sua passione per la ricerca. Grazie, Antonio!

Ricordaci, Antonio, che la vita qui è d’un attimo e che siamo attesi Altrove. Facci capire che ciò che rende bella una vita non è la sua lunghezza, ma l’aver vissuto intensamente con amore attimo per attimo, giorno per giorno. Aiutaci a dare vita agli anni più che anni alla vita. Non è in nostro potere prolungare la vita anche solo d’un giorno, ma la modalità, l’intensità, l’umanità, il tentativo di stare dietro al Maestro, dipende da noi. Prega per la tua famiglia che anche stasera attenderà lo stridore del cancello, il rumore della portiera in garage, il tuo passo nelle scale, la chiave nella toppa, la porta che si apre sul tuo sorriso illuminante… Invano?  No, Antonio, è tutto meravigliosamente vero per te e drammaticamente vero per noi. Ricordaci che una vita non basta, questa vita non è sufficiente per tutto ciò che abbiamo nel cuore e che attende un Altrove dove planare perché “tutte le cose portano scritto: più in là”! Antonio, mentre che attendiamo cose belle che ora ci è dato solo di sperare, non spegnere il tuo sorriso perché non ripiombiamo nel buio. Tu lo sai, ne abbiamo paura da quando eravamo bambini.

                                                                                                                           + Arturo Aiello