Notte da non dormire

Ci sono notti che marcano un confine, che sentiamo scorrere sulla pelle senza dover guardare l’orologio o il cellulare, che si imprimono nella memoria. “Fu una notte di veglia per il Signore” scrive l’autore di Esodo nel descrivere l’impegno di vigilanza che “tenne sveglio Dio” per guidare il popolo “dalla servitù al Servizio” nella prima Pasqua della Storia. “La notte degli imbrogli” nei Promessi Sposi tenne sveglio e in apprensione Padre Cristoforo che aveva a cuore Renzo, Lucia e Agnese, quella notte, mentre il barcarolo remava sul lago, Lucia pronunciò una preghiera di congedo che l’Autore del “Sublime”, se fosse vissuto nell’Ottocento, avrebbe certamente inserito nell’elenco delle pagine più belle della letteratura mondiale: “Addio, o monti sorgenti dalle acque e innalzati al cielo…” Vi penso così, Alessandro e Domenico, nella notte che viene, l’ultima in sei (o sette) anni di Seminario dove ogni domenica sera è stato duro tornare ed ora è faticoso partire. C’è nostalgia? Ne ebbe anche Gesù in quella sera che cadeva dietro gli archi del Cenacolo incendiando il Monte degli Ulivi e più lontano le cime dell’Hermon e raccogliendo i discepoli per l’ultima volta. Don Tonino Bello descrive in una poesia l’ultima sua sera a Tricase come parroco, affacciato alla finestra della canonica mentre ascolta il respiro del mare e guarda due innamorati che si promettono fedeltà sul molo, l’indomani sarebbe partito per Molfetta: un viaggio senza ritorno. Ricordo la mia ultima sera in canonica a Piano, venerdì 14 luglio 2006, dove mi sentivo naufrago nel mare di una nostalgia che mi avrebbe visitato ininterrottamente per venti anni… Ci fu l’ultima sera in Seminario a Posillipo anche per me, era metà giugno del 1979 ed avrei potuto raggiungere la Penisola a nuoto perché l’avevo guardata da innamorato per cinque anni da dirimpettaio. Addio, luna piena sul mare, incorniciata dalla mia finestra sul mondo, che gettava un ponte d’argento che gli angeli a frotte percorrevano leggeri… Addio, aurore “con le dita rosa” (Omero) dietro il Vesuvio da cui sbucava il sole in un mai uguale miracolo… Addio, C21 atteso per ore a Mergellina che mi depositava a Via Petrarca 115 e c’era poi da salire l’erta del colle trascinando borse zeppe di libri e vettovaglie… Addio, Cappella di comunità, dove risuonava la mia chitarra e quella di Rino, teatro di mille e mille Eucarestie che aprivano o chiudevano vacanze mai bastanti, da cui si partiva per i Ministeri o le Ordinazioni, a cui si tornava dalle sniffate di pastorale vissute in Diocesi… Addio, Cappella Maggiore, più povera della vostra, senza Paolo che approda a Pozzuoli con una prospettiva di Vesuvio errata geograficamente, ma azzeccata teologicamente da Piero Casentini, dove il giovedì ci sentivamo corpo e il Rettore era Vescovo e noi già preti a fare le prove generali della vita… Quell’anno avevamo vissuto la prima Veglia di Pentecoste iniziata alle 22.00 nel corridoio e terminata alle 6.30 del mattino che ci trovava, nella Cappella Maggiore, assonnati e contenti: “Notte da non dormire, notte da far l’amore, ma non per me!” cantava Johnny Dorelli vestito da prete in “aggiungi un posto a tavola”…
Vi raggiungo in questa sera di cui avrete memoria dove gli amici sono buoni come il pane e Don Umberto che vi ha accompagnati per cinque anni farà fatica, a settembre, a sintonizzarsi con nuovi volti e voci diverse: è una notte di passaggio, una Pasqua che bisogna vivere come risurrezione, “a mano alzata”, col retrogusto di morte… Spero che non finisca come in “Spiagge” di Renato Zero dove “io ti scrivo, tu mi scrivi, e tutto resta come prima” con le promesse mai mantenute di vacanze al mare… Voi due, Alessandro e Domenico, avete un biglietto di “solo andata” per la stessa Diocesi, la nostra, e qui già si freme per il vostro ritorno. Forse in una parrocchia che non so qualcuno stanotte starà sveglio e si affaccerà al balcone inquieto e in attesa, inebriandosi del profumo dei gelsomini e dei tigli chiedendosi da dove venga quell’insonnia, cosa ritardi il sonno… Il campanile batterà le due nel silenzio della notte con quel languore che hanno le campane delle Chiese qui in Irpinia, rintocchi come petali al vento portati nella valle: “Chissà se mai la nostra Chiesa potrà avere un parroco, come in passato, che sapeva di nocciole e di dolori, di castagne e di avemaria, di breviario e di mucche pronte a partorire!” starà pensando…”. Tra la vostra e la sua notte un Angelo tesse un filo che si farà strada in futuro e congiungerà le vostre vite… Siete già incinti di parrocchie che non conosco, che non conoscete, ma è bello sentirsi aspettati in questa notte gravida di futuro. Vi benedico.
+ Arturo Aiello
“E’ già scesa la notte,
ma laggiù sul mare,
ancora senza vele e senza sogni,
si è accesa una lampara.”
(don Tonino Bello)
Avellino, 12 giugno 2026